Dimensioni
del problema
E’ noto almeno dagli anni ‘30 del secolo da poco terminato
che nei pazienti con colite ulcerosa il rischio di tumore del
colon è più elevato rispetto alla popolazione generale, anche
se ultimamente l’entità reale di questo rischio è stata nettamente
ridimensionata. Infatti, le stime iniziali erano basate su quanto
poteva essere osservato in pazienti seguiti presso grossi centri
di riferimento americani, a cui venivano inviati i soggetti con
malattia più grave e più difficile da curare.
Quando sono stati invece considerati tutti i pazienti con
colite ulcerosa residenti in una determinata area geografica,
includendo quindi anche quelli con forme di malattia più lieve,
il rischio di ammalarsi di un tumore del colon è risultato molto
minore. Negli ultimi anni una ricercatrice inglese ha analizzato
per mezzo di sofisticate metodologie statistiche tutti i dati
disponibili al riguardo e ha concluso che un paziente con colite
ulcerosa ha una probabilità di ammalarsi di tumore del colon dell’’otto
per cento dopo 20 anni dalla diagnosi e del 15% circa dopo trent’anni.
In altre parole, più dell’80% dei pazienti con colite ulcerosa
non contrarranno
mai questo tumore.
Va anche considerato che questi numeri rappresentano soltanto
valori medi. Il rischio del singolo paziente è difficile da calcolare
perché dipende, oltre dalla durata della malattia, da diversi
altri fattori. Per esempio, è elevato soprattutto nei pazienti
in cui la infiammazione è estesa a tutto il colon (pancolite)
e molto più contenuto nei pazienti in cui è ammalato solo il tratto
più “basso” (colite sinistra). Inoltre è più alto nei soggetti
più anziani (anche a parità di durata della malattia) e in quelli
con uno o più parenti stretti che hanno avuto a loro volta un
tumore del colon.
Le notizie per quanto riguarda la malattia di Crohn sono molto
più frammentarie. Alcuni studi sembrerebbero indicare che i pazienti
in cui la malattia colpisce il colon hanno pure un rischio elevato
di tumore, ma altri studi smentiscono questo dato.
A volte è stato rilevato che i pazienti con malattia di Crohn
del piccolo intestino hanno un rischio aumentato di sviluppare
un tumore in questa sede; in ogni caso il carcinoma del piccolo
intestino è un tumore rarissimo e tale rimane anche nei pazienti
con malattia di Crohn.
Non sembra invece fondato il timore che i pazienti con malattia
di Crohn (anche quelli che assumono farmaci immunosoppressori
come la azatioprina, il metotrexate o l’infliximab) abbinano un
rischio aumentato di ammalarsi di tumori delle cellule del sangue
come i linfomi.
Prevenzione
del tumore del colon nei pazienti con MICI
In generale si possono adottare due strategie per prevenire
l’insorgenza di un tumore: una, detta prevenzione primaria, consiste
nel mettere in atto provvedimenti che impediscano o comunque riducano
il rischio che il tumore si sviluppi (un tipico esempio è la campagna
contro il fumo per la prevenzione del tumore del polmone). La
seconda, detta prevenzione secondaria, consiste invece nell’identificare
il tumore in fase iniziale, in modo che possa essere curato senza
rischi e senza dover ricorrere ad interventi invalidanti o mutilanti
(si pensi alla mammografia per la prevenzione del tumore al seno
o al Pap test per il tumore della cervice uterina).
Per quanto riguarda la colite ulcerosa e la colite di Crohn,
l’unico sistema che teoricamente può consentire di abolire definitivamente
e con certezza la possibilità che insorga un tumore del colon
è quello di asportare chirurgicamente il colon stesso (“colectomia
profilattica”). In effetti, fino a quando, come si diceva sopra,
si stimava che il rischio di tumore nei pazienti con colite ulcerosa
fosse molto più elevato, questa era considerata una strada percorribile,
ma alla luce delle nuove conoscenze è considerata da quasi tutti
una condotta inaccettabile, visto che esporrebbe tutti i pazienti
con colite ulcerosa ai rischi e ai disagi di un intervento chirurgico
impegnativo e sarebbe inutile, come si diceva, almeno in 4 pazienti
su 5.
Negli ultimi 30 anni è stata invece privilegiata la prevenzione
secondaria, attuata mediante la esecuzione periodica di colonoscopie
con biopsie multiple (“sorveglianza endoscopica”).
Inoltre è allo studio la possibilità
di operare una “chemioprevenzione”, mediante la somministrazione
di farmaci potenzialmente in grado di inibire i processi cellulari
che determinano l’insorgenza della neoplasia. In particolare,
come di vedrà più avanti, è possibile che una azione preventiva
in questo senso sia esercitata da una farmaco già di comune utilizzo
nei pazienti con M.I.C.I., vale a dire il 5-ASA o mesalazina.
La
sorveglianza endoscopica
Il presupposto di questa strategia risiede nel fatto che nei
pazienti con M.I.C.I. l’insorgenza del tumore del colon è preceduta
dallo sviluppo di una alterazione strutturale visibile soltanto
con l’esame istologico, detta “displasia”. Pertanto, se si riescono
ad identificare i pazienti con displasia e a operarli, si può
impedire che questi pazienti sviluppino successivamente un tumore,
evitando nel contempo di asportare il colon ai pazienti che non
ne hanno bisogno.
Le modalità di esecuzione di questa “sorveglianza endoscopica”
sono state codificate in maniera molto precisa di diverse Società
Scientifiche. Con piccole differenze, la maggior parte di queste
consigliano di eseguire colonscopie periodiche in tutti i pazienti
con colite ulcerosa estesa oltre la riflessione retto-sigma, iniziando
dopo 8-10 anni di malattia (che possono divenire 12-15 nei pazienti
con colite sinistra). Attualmente molti esperti consigliano di
sottoporsi a questi controlli, visti i dati di letteratura dubbi,
anche ai pazienti con malattia di Crohn del colon. Gli intervalli
fra le colonscopie variano, a seconda delle raccomandazioni, da
uno a cinque anni, e vi è chi suggerisce, coerentemente con il
fatto che il rischio di tumore incrementa con il passare del tempo,
intervalli più distanziati all’inizio e sempre più ravvicinati
successivamente.
Nel corso di queste colonscopie deve essere eseguito un numero
elevato di biopsie (almeno 30-35 distribuite uniformemente in
tutti i segmenti del colon), perché solo in questo modo si ha
una elevata probabilità di identificare i pazienti con displasia;
queste colonscopie dureranno quindi più tempo, rispetto a quelle
che si eseguono abitualmente.
Se all’esame istologico si riscontra la presenza di displasia
di “grave”, detta anche ”di alto grado”, o comunque di una displasia
su una lesione rilevata visibile ad occhio nudo, verrà richiesto
un secondo parere ad un altro istologo. In caso di conferma della
diagnosi verrà consigliato al paziente di sottoporsi a colectomia;
le probabilità che in questa situazione sia già presente un tumore
sono infatti superiori al 30%. In caso di riscontro di displasia
“lieve” o “di basso grado” in assenza di lesioni visibili ad occhio
nudo la maggior parte degli esperti consiglia invece di eseguire
controlli più ravvicinati, anche se qualcuno ritiene che anche
in questi casi vada consigliato un intervento chirurgico.
Utilità
della sorveglianza endoscopica
E’ stato dimostrato che l’esecuzione della sorveglianza endoscopica
consente di diagnosticare il tumore del colon in fase precoce,
e quindi più facilmente curabile, nella maggior parte dei pazienti.
Bisogna però tener presente che questo metodo di prevenzione non
è infallibile. E’ stato calcolato infatti che, anche se la sorveglianza
viene eseguita in maniera ottimale, circa un tumore su cinque
viene comunque diagnosticato in fase più avanzata. Molti mettono
anche in dubbio che sia possibile adottare su larga scala programmi
di sorveglianza perfettamente aderenti ai consigli sopra descritti,
per vari motivi. In primo luogo, una certa percentuale di pazienti
è poco propensa a sottoporsi a frequenti indagini endoscopiche;
è stato anche osservato che molti gastroenterologi sono poco convinti
della reale necessità di attuare controlli così frequenti e soprattutto
di eseguire un numero così elevato di biopsie. Inoltre l’esecuzione
di colonscopie periodiche con i tempi e le modalità sopra descritte
comporterebbe un aggravio (in termini sia di numero degli esami
sia di tempo di esecuzione degli stessi) che non tutte le Unità
di Endoscopica (già attualmente spesso oberate di lavoro) sarebbero
in grado di sopportare. Infine, circa la metà dei tumori viene
diagnosticato in pazienti che, dopo essere stati seguiti per un
certo periodo presso centri specialistici, hanno poi deciso di
non sottoporsi più a visite periodiche
e si sono presentati per un nuovo controllo solo alla comparsa
dei sintomi del tumore. Questi pazienti chiaramente non potranno
mai essere inclusi in programmi di sorveglianza.
Esistono
altre possibilità di prevenzione?
Negli ultimi anni, alcune osservazioni hanno suggerito che
la assunzione continua di 5-ASA (mesalazina), oltre a ridurre
come noto il rischio di riaccensioni della malattia, possa esercitare
anche una azione di prevenzione sulla insorgenza del carcinoma
del colon. E’ stato fatto notare, per esempio, che in alcuni Paesi
come la Danimarca, dove la
percentuale di pazienti che assumono regolarmente questo farmaco
è molto elevata, il rischio di carcinoma del colon su colite ulcerosa
è particolarmente basso. Inoltre in uno studio inglese è stato
rilevato che fra i pazienti con tumore del colon solo una minoranza
assumeva regolarmente almeno 1,2 grammi al giorno di mesalazina,
al contrario di quanto osservabile fra i pazienti con colite ulcerosa
che non avevano sviluppato questo tumore.
Questi dati non sono considerati
sufficienti per dimostrare una azione protettiva della mesalazina
sull’insorgenza di tumore del colon tuttavia, in attesa che ulteriori
studi possano chiarire definitivamente la questione, appare fortemente
consigliabile che tutti i pazienti con M.I.C.I. assumano regolarmente
la terapia di mantenimento con questo farmaco, prescritta dal
proprio gastroenterologo..