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La
Malattia di Crohn (MC) è una malattia infiammatoria cronica intestinale
la cui eziologia è a tutt’oggi sconosciuta. Il processo infiammatorio
che la caratterizza colpisce la parete intestinale a tutto spessore
ed è potenzialmente in grado di interessare l’intero tubo digerente.
La MC è una condizione cronica con un andamento clinico remissivo-recidivante,
caratterizzato quindi da un’alternanza tra fasi di remissione, più
o meno lunghe, e fasi di riacutizzazione più o meno marcata della
sintomatologia. La triade sintomatologica caratteristica è costituita
da dolore addominale, scariche diarroiche frequenti e calo ponderale
talora anche significativo. L’intensità dei sintomi e la loro associazione
dipendono essenzialmente dall’estensione e dalla localizzazione
delle lesioni infiammatorie.
La
terapia della Malattia di Crohn è essenzialmente di tipo farmacologico
ed il suo principale scopo è quello di ottenere delle lunghe fasi
di quiescenza della malattia ed una buona qualità di vita per il
paziente. Tuttavia, la maggior parte dei pazienti necessita, nel
corso degli anni, di un intervento chirurgico. Costituiscono indicazioni
all’intervento chirurgico per MC l’insorgenza di una complicanza,
sia essa di natura settica, fistolosa o stenosante, ed il fallimento
del trattamento farmacologico.
Le
percentuali di pazienti che richiedono una terapia chirurgica non
sono affatto trascurabili ed ammontano al 74 e 96% rispettivamente
a 10 e 20 anni dalla diagnosi (1,2,3).
Purtroppo
la chirurgia non costituisce una cura definitiva per la Malattia
di Crohn e non è in grado di prevenire la recidiva a lungo termine.
Infatti, una parte dei pazienti, nonstante siano già andati incontro
all’asportazione di un tratto di intestino colpito dalla malattia,
richiede nel corso dei successivi 5-10 anni ulteriori interventi
chirurgici, in una percentuale che varia dal 16 al 53% a seconda
degli autori (4,5,6)
. La consapevolezza che la chirurgia non sia in grado di assicurare
la guarigione ha sostanzialmente modificato l’approccio chirurgico
nei confronti della Malattia di Crohn. Nel tempo si è infatti passati
da una chirurgia basata sulle “resezioni radicali” con ampi margini
di resezione indenni da malattia ad una chirurgia più conservativa
costituita dalle stricturoplastiche e dalle resezioni di minima.
La stricturoplastica permette “l’allargamento” di un tratto intestinale
stenotico, senza che sia necessaria l’asportazione del suddetto
tratto. Nel caso della resezione di minima, l’intervento consiste
nell’asportazione del solo tratto intestinale sede della complicanza,
lasciando in situ i segmenti adiacenti solo minimamente interessati
dalla malattia ( vedere per una descrizione più dettagliata delle
procedure chirurgiche l’articolo “La
chirurgia nella malattia di Crohn” ). Tali tecniche consentono
quindi il massimo risparmio intestinale possibile con lo scopo di
evitare che il paziente vada incontro, nel caso di ripetuti interventi
chirurgici, ad una sindrome da malassorbimento o addirittura alla
sindrome da “intestino corto” (7,8,9). Nonostante lo scetticismo
iniziale queste procedure di chirurgia conservativa, la cui caratteristica
fondamentale è di lasciare in situ del tessuto colpito da malattia,
hanno dimostrato nel tempo risultati paragonabili, in termini di
morbidità perioperatoria e recidiva postoperatoria, a quelli della
chirurgia resettiva “radicale” (10,11). Inoltre si è evidenziato
che a livello del segmento intestinale malato, non asportato nel
corso dell’intervento chirurgico, si ottiene, col tempo, una regressione
macroscopica della malattia (12,13,14).
Negli
anni sono state proposte numerose definizioni per inquadrare la
recidiva nella Malattia di Crohn, sia essa di tipo clinico che di
tipo chirurgico. Si è inoltre tentato di associare alla recidiva
dei possibili fattori eziologici che, qualora presenti, aumenterebbero
il rischio di tale evento. In realtà, lo stesso termine di “recidiva”
andrebbe inteso più che altro come “riacutizzazione” di una condizione
morbosa ad andamento cronico. La maggior parte degli autori considera
oggi la recidiva chirurgica come la necessità di sottoporre il paziente
ad un nuovo intervento chirurgico per la presenza di malattia di
Crohn in fase attiva, non più controllabile con la terapia medica,
o per risolvere una complicanza, sia essa di natura settica, fistolosa
o stenosante.
Per
quanto concerne il rischio di recidiva dopo chirurgia nella Malattia
di Crohn sono stati pubblicati numerosi studi nei quali si è cercato
di analizzare l’esistenza di possibili fattori di rischio, che,
qualora presenti pongano il paziente in una categoria di soggetti
a maggior rischio di sviluppare una recidiva di malattia. Tra questi
potenziali fattori prognostici sono stati presi in considerazione
il sesso, il fumo, la familiarità per malattie infiammatorie croniche
intestinali, l’età di insorgenza e la durata della Malattia di Crohn,
il tempo intercorso tra la diagnosi al primo intervento chirurgico,
la localizzazione delle lesioni, il comportamento della malattia
(fistolizzante o stenosante) e il numero di recidive chirurgiche
alle quali il paziente era precedentemente andato incontro (15,16,17,18).
L’analisi di queste variabili cliniche quali potenziali fattori
prognostici di recidiva post-operatoria ha fornito risultati assai
deludenti.
Tra
i vari fattori prognostici considerati, il sesso era stato proposto
come causa di rischio aumentato sia negli uomini che nelle donne,
a seconda dei casi, ma studi successivi non hanno stabilito tale
correlazione (19).
Circa
il 10% dei pazienti affetti da MC hanno dei familiari affetti dalla
stessa malattia, ma nessuno studio ha tuttora dimostrato una correlazione
tra familiarità e tasso di recidiva a lungo termine (20).
La
distribuzione in due età di massima incidenza della MC, intorno
alla terza e sesta decade di vita, ha fatto supporre che la precoce
età di insorgenza, e quindi la maggiore durata di malattia, potesse
essere legata ad un maggior rischio di recidiva, ma anche in questo
caso, il dato emerso da alcune casistiche scandinave non è stato
confermato da altri autori (7).
Per
quanto concerne la localizzazione della malattia, molti studi hanno
dimostrato che il rischio di recidiva è elevato per le forme a localizzazione
ileocecale, minore per le forme coliche ed intermedio per le forme
ileali pure. Tuttavia, secondo la nostra esperienza, questo dato
sarebbe notevolmente influenzato dal tipo di trattamento chirurgico
effettuato. Infatti, se da un lato molti pazienti con localizzazione
colica, dopo essere stati trattati con una proctocolectomia totale
ed ileostomia, hanno tassi di recidiva inferiori rispetto ai pazienti
trattati con colectomie segmentarie o colectomie subtotali e ileoretto
anastomosi, dall’altro, l’avvento della chirurgia conservativa ha
rimesso completamente in discussione l’opportunità di effettuare
interventi tanto demolitivi (21).
Secondo
alcuni autori esisterebbe una possibile suddivisione della MC in
funzione del comportamento in una forma fistolizzante, con elevato
rischio di recidiva, ed in una forma non fistolizzante o stenosante,
con rischio significativamente inferiore. Al contrario, altri autori
non sembrano riconoscere queste due forme patologiche distinte soprattutto
per la presenza, in molti casi, di fistole concomitanti a stenosi
che rendono di difficile inquadramento i pazienti
(22).
I
pazienti che hanno avuto una recidiva per MC sono stati indicati
in letteratura come ad alto rischio per un’ulteriore recidiva dopo
il secondo intervento e il numero di resezioni è stato proposto
a sua volta come fattore di rischio. Tuttavia, studi con casistiche
molto ampie hanno dimostrato che dopo ogni intervento non si verifica
un aumento del successivo tasso di recidiva postoperatoria. In altre
parole, dopo ogni intervento chirurgico, il rischio di dover essere
sottoposti nuovamente ad un intervento non aumenta.
Come
dimostrato in numerosi studi, la recidiva nella Malattia di Crohn
non sembra influenzata dall’ampiezza dei margini di resezione e
neppure in dipendenza del tipo di tecnica utilizzata, sia essa conservativa
o resettiva (23,24,25).A tale proposito va infatti notato come la
percentuale di ristenosi nei siti di precedenti stricturoplastiche
sia basso, oscillando tra l’1,8 % ed il 5 %. La presenza di malattia
lasciata in situ non pare quindi predisporre di per se alla recidiva
postoperatoria, ma anzi, è possibile che si verifichi una sorta
di regressione della malattia nel tratto colpito e sottoposto a
stricturoplastica (10,11,26).Nella nostra esperienza, nessuno dei
fattori considerati in precedenza dagli altri autori si è dimostrato
correlato con un rischio di recidiva postoperatoria elevato eccetto
per il sottogruppo di pazienti sottoposti ad intervento chirurgico
entro un anno dalla diagnosi di malattia rispetto a tutti gli altri
pazienti. In questi soggetti il rischio di recidiva a 5 anni sarebbe
circa del 44%, rispetto al 14% di tutti gli altri pazienti. L’intervallo
temporale tra la diagnosi di Crohn e l’intervento chirurgico sembrerebbe
costituire un fattore predittivo sull’aggressività della malattia,
evidenziando un sottogruppo di pazienti in cui la precocità dell’intervento
chirurgico risulta direttamente correlata al rischio di recidiva
postoperatoria (8,27,28).
Un
dato interessante emerso da varie casistiche riguarda infine l’abitudine
al fumo. Come dimostrato da numerose casistiche il fumo aumenterebbe
il rischio del singolo paziente di sviluppare una recidiva di malattia
(29).
I
dati emersi da tutti questi studi appaiono altamente discordanti
e la conclusione che se ne ricava è che la Malattia di Crohn sia
in realtà un’entità multifattoriale sulla quale agiscono sia determinate
caratteristiche della malattia stessa, sia fattori legati al paziente
che, infine, fattori ambientali. Di conseguenza, il rischio di recidiva
non è probabilmente legato ad un singolo fattore, ma al contrario
dipende dall’interazione di diversi fattori che possono cambiare
da paziente a paziente ed interagire tra di loro in modo molto variabile.
Appare quindi ancora difficile l’inquadramento del singolo paziente
in una categoria specifica di rischio di recidiva dopo un intervento
chirurgico. Pertanto, il modo attualmente più utile per trattare
la malattia, qualora sia necessario l’intervento chirurgico, è quello,
a nostro parere, di utilizzare delle tecniche di chirurgia conservativa,
onde consentire al paziente il massimo risparmio possibile di tessuto
intestinale in previsione di futuri, possibili, interventi chirurgici.
Articolo
pubblicato su "NOI A.M.I.C.I." del Luglio 2002
Approfondimenti
:
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