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La
Malattia di Crohn fu riconosciuta come entità autonoma nel 1932
quando il Prof. B.B.Crohn, capo del dipartimento di gastroenterologia
del Mount Sinai Hospital di New York la presentò al congresso annuale
dell’ American Medical Association.
Il
titolo della sua relazione era
“enterite terminale” e descriveva 14 casi di un processo
infiammatorio segmentario dell’ultimo tratto ileale, che determinava
una stenosi intestinale spesso complicata da perforazioni, ascessi
e fistole. Nessuna terapia medica disponibile a quel tempo si era
dimostrata efficace e la malattia era considerata guaribile in modo
completo e definitivo con un intervento chirurgico di resezione.
Il
Prof. Berg, chirurgo di riferimento del Prof. Crohn, trattò con
resezioni ileo-coliche molto ampie (Figura 1) i primi casi osservati
di malattia sia per motivi clinici che per consentire lo studio
istologico del pezzo operatorio.
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Figura
1 - Ampia
resezione ileo-colica
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Successivamente,
a causa di complicanze post-operatorie, preferì procedere in due
tempi. Nel primo intervento si confezionava un by-pass con una anastomosi
fra il tratto ileale sano a monte e il colon traverso (Figura 2),
escludendo dal passaggio del contenuto intestinale il tratto patologico,
che veniva lasciato in sede. Con questa modalità non solo si risolveva
l’occlusione ma si migliorava il quadro anatomo-clinico locale e
il paziente riprendeva ad alimentarsi con il ristabilirsi delle
condizioni generali. A distanza di qualche settimana si procedeva
al secondo intervento chirurgico durante il quale veniva asportato,
insieme al tratto patologico, un segmento ileale “sano” molto ampio,
che spesso superava i 60 cm.
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Figura
2 - By pass
ileo-colon trasverso
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Nel
1945
Garlock e Crohn
pubblicarono una casistica di 164 pazienti
sottoposti per la maggior parte ad un intervento chirurgico
di by-pass ed arrivarono alla conclusione che, non trattandosi di
malattia neoplastica, l’intervento di by-pass poteva ottenere risultati
non solo come palliazione temporanea ma anche come cura definitiva
risolvendo il problema dell'occlusione intestinale. In quegli anni
i pazienti si presentavano al chirurgo in condizioni generali particolarmente
compromesse, spesso con malattia complicata da fistole, ascessi,
occlusioni o peritoniti e questo spiega il perché gli interventi
derivativi fossero privilegiati.
La
scelta dell’intervento derivativo, più semplice e meno pericoloso,
o resettivo, con una maggiore incidenza di insuccessi fu dibattuta
fino agli anni ’50. E’ da ricordare che la chirurgia fino alla metà
degli anni ’40 non disponeva di terapia antibiotica, non conosceva
la possibilità di trasfusioni e non erano note tecniche di supporto
parenterale e di correzione dell’equilibrio idro-elettrolitico.
Nel
1954 i chirurghi
della Mayo Clinic di Rochester, pubblicarono dati meno soddisfacenti
per gli interventi di by-pass, che presentavano una più alta morbilità
post-operatoria ed una maggiore necessità di reinterventi, rispetto
alle resezioni eseguite da loro quasi tutte in unico tempo.
Questi
risultati erano stati resi possibili dalla evoluzione e dal progresso
tecnico della chirurgia legato all’avvento degli antibiotici e delle
tecniche di supporto rianimatorie peri-operatorie.
Ancora
più convincente era l’osservazione che lasciare in sede per un tempo
indefinito un ileo patologico, escluso da una anastomosi tra l'ileo
e il colon trasverso, sarebbe stato considerato un errore tecnico
perché l’ansa esclusa diviene di per sé fonte di complicanze. Vi
sono state, inoltre, segnalazioni di casi di carcinoma insorti proprio
sull'ansa esclusa.
Per
tali motivi già dalla fine degli anni ’50 le ampie resezioni furono
considerate il procedimento di riferimento.
Nella
pratica clinica quando il Prof. Heaton
del Walter Reed General Hospital di Washington si trovò ad
operare il neo presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhover,
che soffriva di ileite terminale da molti anni, fino ad arrivare
ad una occlusione intestinale completa, scelse il procedimento più
semplice cioè il by-pass ileo-trasverso latero-laterale e nel 1964,
in un articolo pubblicato su Annals of Surgery si trovò a dover giustificare la sua scelta.
A
distanza di tanti anni questa operazione viene citata come esempio
di "malpractice", che, solo per una evenienza fortunata,
fu seguita da un risultato favorevole.
La
osservazione che un paziente operato, anche dopo una resezione considerata
"radicale" con l'asportazione di un ampio tratto intestinale
e di tutto il mesentere patologico, non poteva
essere considerato “guarito” poneva il problema della recidiva,
che oggi è ancora considerata il punto cruciale nella scelta chirurgica.
In
effetti la recidiva
e la constatazione che la Malattia di Crohn può colpire tutto
l'intestino (nel 1960 il Prof. Morson, anatomo patologo inglese,
identificò e descrisse l'esistenza della malattia anche nel colon),
ha spinto in modo pressante nella ricerca clinica e farmacologica.
Le recidive nei pazienti operati si manifestano quasi costantemente
in sede pre-anastomotica e ciò ha fatto dubitare per lungo tempo
che fossero il risultato di resezioni troppo limitate.
Nel
1980 due Autori, uno inglese Lee ed uno americano Pennington pubblicarono
che la percentuale di recidive dopo resezione era sovrapponibile
sia che l'anastomosi venisse eseguita su tessuto sano che
su tessuto interessato microscopicamente dalla malattia.
Dalla
considerazione che la comparsa di recidiva sembra essere indipendente
dalla entità della resezione e che, in alcuni pazienti, multiple
resezioni possono rendersi necessarie nel corso degli anni (con
il rischio che l'intestino tenue residuo diventi troppo corto per
svolgere la sua funzione), è nato il concetto di "risparmio
intestinale".
Ciò
ha portato da un lato a codificare le resezioni "regolate",
cioè con un margine di sicurezza adeguato ma non ampio e dall'altro
ad utilizzare tecniche conservative, che consentono di lasciare
in sede il tratto patologico, correggendo il restringimento cicatriziale
provocato dalla malattia ( tecnica della stricturoplastica, Figura
3). La tecnica è applicabile solo in casi selezionati e più spesso
viene associata negli interventi di resezione con l'intento di ridurre
l'entità del tessuto da asportare.
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Figura
3 - Stricturoplastica
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Più
recentemente è stata praticata in casi specifici la chirurgia per
via laparoscopica con risultati molto incoraggianti ma ancora con
qualche perplessità legate alle caratteristiche stesse della malattia.
Poche
sono le patologie intestinali che possono presentare situazioni
complesse e, a volte, imprevedibili come la Malattia di Crohn, richiedendo
al chirurgo una notevole versatilità ed esperienza per la loro soluzione.Concludendo
questo breve resoconto è necessario riconoscere che l'evoluzione
della terapia chirurgica della Malattia di Crohn non è ancora completa.
La ricerca clinica e scientifica su questa malattia sono
estremamente fiorenti e lo dimostrano l'elevato numero di
pubblicazioni presenti sull'argomento nella letteratura mondiale.
Articolo
pubblicato su "NOI A.M.I.C.I." del Dicembre 2000
Approfondimenti
:
1. Fazio
VW, Aufses AH Jr .Evolution of surgery for Crohn's disease : a century
of progress. Dis.Colon Rectum 1999; 42 : 979-988
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